Le foto hard trovate sul pc di Genovese e “condivise con amici”

Sugli smartphone e tablet di Genovese, gli investigatori hanno trovato decine di foto delle ragazze con cui l’imprenditore si intratteneva sessualmente

Sono decine, se forse non di più, le foto “hard” che gli inquirenti avrebbero rinvenuto nel tablet di Alberto Maria Genovese, il re delle start-up alle sbarre dallo scorso 6 dicembre con l’accusa di violenza sessuale ai danni di una 18enne.

Dagli accertamenti sinora effettuati è emerso, non solo che l’imprenditore napoletano fosse solito intrattenersi sessualmente con giovani donne nel suo super attico con vista Duomo, ma anche che le fotografasse in déshabillé e poi condividesse gli scatti con alcuni amici. Un non trascurabile dettaglio che aggrava la posizione dell’indagato ed offre nuovi spunti investigativi ai titolari dell’inchiesta, le pm Letizia Mannella e Rosaria Stagnaro.

“Condivideva le foto con gli amici”

Cosa accadesse realmente tra le mura di “terrazza sentimento”, all’ultimo piano di una palazzina in piazza Santa Maria di Beltrade, resta ancora un mistero. E’ certo invece che nei mega party organizzati da Genovese scorresse droga a fiumi, talvolta servita a mo’ di appetizer su vassoi d’argento, e si consumassero abusi sessuali ai danni di giovanissime ragazze. Ma non è tutto. Secondo quanto riferisce La Stampa, pare che Genovese fosse un collezionista di foto hard, che immortalasse le sue vittime durante gli atti sessuali per poi vantarsi con amici delle discutibilissime performance. A confermarlo sarebbero stati alcuni conoscenti dello startupper ai quali egli stesso avrebbe mostrato gli scatti. Migliaia di immagini e video sono stati estrapolati dai telefonini sequestrati a Genovese alla presenza dei consulenti di accusa, difesa e della vittima, ora assistita dall’avvocato Luigi Liguori. L’intera memoria di due tablet e due cellulari è stata scaricata: l’imprenditore ha accettato di fornire alla procura il pin, uguale per tutti i dispositivi. Manca però il codice per accedere ad un terzo cellulare, che la Squadra mobile ha trovato nella cassaforte del superattico, con 40 mila euro, e i resti di cocaina e 2cb, la pregiatissima “coca rosa”, un must dei festini al super attico. A questo nutrito compendio indiziario, vanno poi aggiunte anche le registrazioni delle 19 telecamere di sorveglianza piazzate a “terrazza sentimento”, al vaglio degli inquirenti da circa un mese. Su quei nastri manca un piccolo frammento, quello risalente alla notte tra il 10 e l’11 ottobre, frame che il re delle start-up si sarebbe affrettato a cancellare con l’aiuto dei suoi fidati consulenti. Ci avrebbe riprovato poi anche un’altra volta, il 12 ottobre, ma ormai aveva già gli investigatori alle calcagna. Troppo tardi.

“Avevo paura, la droga mi ha rovinato”

Dal carcere di San Vittore, in cui è recluso dallo scorso 6 novembre, Genovese prova a difendersi. “Avevo paura – ha spiegato nel corso dell’ultimo interrogatorio – C’era la polizia sotto casa, la droga, la notte con la ragazza. Che fuori contesto, poteva essere presa come una violenza sessuale”. Ascoltato dalle pm, l’imprenditore ha raccontato del lavoro e dei primi approcci alla droga. “Fino all’agosto 2014 ho lavorato moltissimo. Ma ad agosto 2015 ho iniziato a drogarmi all’hotel Taiti di Formentera – ha confessato – Sono riuscito a lavorare per un altro anno, poi ho iniziato a circondarmi di persone più forti di me, più preparate, e io ero sempre più solo”. Così il re delle startup dice di aver “smesso di lavorare” per darsi ai rave casalinghi. L’ultima volta che ha usato un computer per lavoro risalirebbe al “2016, forse 2017. Non avevo neanche il badge per entrare nella società”. I magistrati hanno provato a chiedergli del secondo caso di violenza che ora gli contestano, su una ventitreenne a luglio. Lui ha provato ad aggirare l’ostacolo: “Del resto a quella ragazza – ha detto con spavalderia – quando capiterà più di andare in vacanza a Ibiza con un jet privato?”.